IL PALAZZO "ARCHITA" ACCECATO E LA ZEBRA DI MINA
di Augusto Ressa * (Da Punti di Vista Press)
Ci siamo. E’ stata pubblicata la gara per l’affidamento dei lavori di Palazzo Archita, o Palazzo Degli Uffici, come più vi piace.
Avevo già espresso le mie perplessità riguardo al solo rifacimento dei prospetti, rivolgendomi al vicesindaco Mattia Giorno con un articolo pubblicato sulla testata on line Punti di Vista Press del 5 settembre 2025 auspicando almeno il contemporaneo restauro, con le inevitabili integrazioni, degli infissi.
Chiunque puo’ accedere, attraverso il sito del Comune, al progetto esecutivo posto a base di gara e verificare cosa si prevede di realizzare. Si scoprirà che il restauro delle facciate dovrà riguardare non solo le forme di degrado ora riscontrabili a seguito di cause naturali ed alla assenza di periodiche manutenzioni, ma soprattutto, mi spiace dirlo, dovrà interessare le gravi manomissioni che il progetto stesso arrecherà alla veste, e non solo, del monumento in ragione di un massiccio intervento di consolidamento statico, sorta di accanimento terapeutico ritenuto dai progettisti imprescindibile, che comporterà l’esecuzione di migliaia di perfori sulla pelle del Palazzo, per l’inserimento di barre d’acciaio incrociate ed iniezione di boiacca di calce.
Insomma, le facciate saranno crivellate di fori del diametro di 4 centimetri per tutta l’estensione, dalle poderose murature di spessore di oltre due metri del piano terra, che nelle porzioni angolari superano i tre metri, a quelle di minore spessore, ma non di molto, dei piani superiori. Dalla nota di approvazione del progetto da parte della Soprintendenza (quella Subacquea, per intenderci), il funzionario architetto si esprime, giustamente, riguardo a detto intervento di consolidamento definendolo “invasivo” segnalando che lo stesso potrebbe determinare effetti dannosi irreversibili. Invita pertanto a proporre una soluzione alternativa.
Purtuttavia il progetto viene infine autorizzato nel luglio 2024. In soldoni: che si facciano pure i perfori purchè le integrazioni siano trattate con velatura (tecnica che consiste nell’applicare sottili strati di colore o latte di calce).
Ricapitolando: prima la facciata verrà scempiata con migliaia di fori e poi i restauratori dovranno por mano al danno con una pazienza da certosini tinteggiando ogni perforo del colore della superfici all’intorno. Ma mi raccomando, con velatura! Insomma, una facciata a pois (leggi puà) come la zebra di una famosa canzone di Mina degli anni ’50. Mi chiedo se nel frattempo il progetto esecutivo sia stato sottoposto alla Soprintendenza non Subacquea di Lecce, ora competente in materia.
Ma andiamo avanti. Il restauro delle facciate non è il restauro delle facciate, perché le facciate si compongono di pieni e di vuoti. I vuoti sono le tantissime finestre che ne ritmano la composizione e che creano un giusto equilibrio fra il “peso” della massa muraria, pur animata da un articolato apparato architettonico – decorativo, e la trasparenza delle bucature che scandiscono l’immagine d’insieme come in una partitura musicale. Il progetto invece riguarda solo i pieni. Anzi, i vuoti li fa diventare pieni tombandoli con pannelli di compensato marino (non siamo forse la città bimare?) da fissare solidamente “a perfetta tenuta”alle bucature, fatti salvi alcuni infissi (pochissimi) al piano terra.
Il palazzo Archita sarà così accecato a tempo indeterminato, perché se fosse prevista continuità dei lavori, dopo questo primo lotto, sarebbe assurdo rimuovere gli infissi da restaurare e inserire questi costosi pannelli che, fra l’altro, impediranno (“a perfetta tenuta”) l’illuminazione naturale e l’areazione degli ambienti interni, non foss’altro che per periodiche ispezioni o per rilievi.
Il progetto prevede la valorizzazione del Palazzo con illuminazione “artistica”. Provate ad immaginare l’illuminazione di un edificio come il nostro, reso cieco, privo delle trasparenze e dei vetri delle finestre. Provate ad immaginarlo all’ora del tramonto quando su piazza Archita, nonostante le pietose condizioni di degrado, il maestoso prospetto risplende della luce riflessa dalle finestre sia pur con i vetri rotti. Dopo anni di abbandono, rischiamo di ritrovarci un Palazzo a pois (leggi puà) e per giunta accecato per i prossimi decenni. Sorvolo sul sistema di illuminazione “artistico”affidato ad apparecchi collocati sui prospetti a quote inaccessibili, e invito ad un ulteriore sforzo di immaginazione sulla possibile resa di questo sistema di illuminazione a seguito di un mal funzionamento, sia pur parziale, in una città allergica alle manutenzioni. Non va bene.
Auspico allora che la Soprintendenza di Lecce, che avrà il compito dell’alta sorveglianza sul monumento, riesamini attentamente il progetto, come ha fatto con il Palazzo D’Ayala su sollecitazione di cittadini e associazioni, e che inviti infine ad operarne una adeguata revisione, ad esempio autorizzando i perfori, ove ritenuti strettamente necessari, dall’interno dell’immobile anziché dall’esterno, la non chiusura dei vani finestra, privilegiando una minima manutenzione in attesa di restauro, di quelli recuperabili, attraverso la sostituzione dei vetri fratturati o mancanti e la verifica della chiusura anche con sistemi provvisori e reversibili, e l’inserimento transitorio in corrispondenza di quelli mancanti di semplici telai in abete e pannelli in policarbonato. Oppure si operi il restauro completo delle sole facciate su Piazza della Vittoria e Piazza Archita, infissi compresi, intervenendo invece come da progetto, ad eccezione però dei perfori dall’esterno, solo sui prospetti su via D’Aquino e Corso Umberto.
Quanto al colore, infine, il progetto esecutivo offre tre soluzioni della collezione autunno – inverno, da abbinare a quel che resta del Borgo Umbertino, a libera scelta.
Che il Cielo, e la Soprintendenza di Lecce, ci assistano!
* Architetto
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Due immagini allegate riportano particolari delle facciate con i perfori. Le altre , le tre proposte di tinteggiatura del prospetti
