di Alfredo Bianchi
La regione Puglia nasce nel 1929, come unità amministrativa del Regno d’Italia, con funzione prettamente censuaria e senza alcuna autonomia o governo locale e dopo una serie di bizzarri scorporamenti provinciali privi di sostanza. Si dovrà aspettare il 1970 per la nascita della regione attuale, dotata di governo e statuti propri. Ma cosa c’era prima del 1929 e dove si collocava Taranto? Proviamo a osservare il passato per capire il presente (un esercizio complesso, ma necessario).
La mappa 1 è una ricostruzione etno-linguistica dell’area intorno al 400 a.C. Premessa doverosa: i confini sono incerti, le popolazioni si spostavano e interagivano liberamente, in assenza totale di un’identità nazionale nel senso moderno. Eccezione fatta per i Greci, che possedevano una chiara autocoscienza culturale (e solo quando gli pareva a loro), non è dato sapere se gli Iapigi avessero qualcosa di simile. Onestamente, non è neppure certo che accorpare i popoli “apuli” in un unico gruppo culturale sia corretto. Anzi… per dirla tutta: degli Iapigi conosciamo solo ciò che ci hanno raccontato i Greci e il poco che ci hanno lasciato, spesso profondamente ellenizzato. Il termine “Iapigia” (da cui Apulia) era vago: usato a volte per tutti, altre solo per i Messapi, e più spesso solo per Dauni e Peuceti. Nella mappa, in rosso le aree greche, in giallo quelle apule, in arancione le aree miste (confermate dal dato archeologico).
La mappa 2 mostra la divisione territoriale augustea che distingueva Apulia e Calabria. È chiaro che la Calabria fosse la penisola salentina e sappiamo che i riferimenti di confine fossero il fiume Tara, Kryptaliae, Kailia ed Egnatia. Vi era certamente una ragione geografica per la distinzione, ma anche culturale e linguistica. In blu, infatti, le zone in cui la presenza greca è attestata in età romana. Non è un caso che Ennio, ad esempio, nativo di Rudiae (area di Lecce), fosse considerato dai Romani un tarantino, né che tarantina fosse spesso definita l’intera area: Gallipoli “nel territorio di Taranto” (Livio) o Leuca definita “Capo bianco dei Tarantini” (Cicerone). Agli occhi dei Romani, la Calabria era distinta dall’Apulia per il suo alto grado di ellenizzazione.
La mappa 3 mostra la durata del controllo romano-orientale (Bizantino) sull’attuale regione: un’influenza crescente procedendo verso sud. Le linee gialle indicano demarcazioni storiche, come il “Limitone dei Greci” o zone di rito religioso, lingua e costume saldamente greci in un contesto dai confini politici fluidi. In questo periodo, la distinzione tra parte latina e parte greca era evidente ai cronisti dell’epoca e resta centrale nella storiografia moderna. Non è un caso che ad oggi il cognome più diffuso nelle province di Taranto, Brindisi e Lecce sia “Greco“, mentre nelle province di Catanzaro, Reggio e Vibo sia “Romeo” (Romaios, romano in greco).
La mappa 4 mostra il Principato di Taranto: più scuro è il colore, più lungo è stato il periodo di appartenenza. È evidente come il territorio ricalchi quasi perfettamente quello delle tre province attuali. Il Principato era un’entità autonoma, seppur formalmente subalterna al Regno di Napoli, capace di sviluppare una cultura propria e persino una politica estera indipendente: dalle imprese di Boemondo in Grecia e Terra Santa, fino alle alleanze degli Orsini con gli Angioini.
La mappa 5 riguarda la Terra d’Otranto e i suoi quattro distretti. Il giustizierato, che divenne poi provincia, nacque sulle ceneri del Principato di Taranto e rimase stabile per quattro secoli. Un chiarimento necessario: nel Regno delle Due Sicilie, le “regioni” erano le province e le “province” erano i distretti. Con l’Unità d’Italia furono mantenuti gli assetti, ma furono cancellati i nomi, trasformandoli in “Provincia di [Capoluogo]“. Quindi, la Terra d’Otranto divenne Provincia di Lecce, ma mantenne i distretti. Taranto non fu mai provincia di Lecce nel senso moderno: era il capoluogo del suo distretto. Nel 1948 si tentò di ricostituire la regione, ma il decreto fu bloccato in Parlamento “per non ledere gli interessi baresi“. Il fautore di questo compromesso? Aldo Moro, di Maglie. E ancora qui stiamo.
L’ultima mappa indica i comuni in cui il dialetto parlato è incontrovertibilmente apulo. È interessante notare come la mappa linguistica rispetti, in modo impressionante, tutti i confini storici tracciati nei secoli precedenti.
Sperando di aver dato abbastanza materiale per riflettere sull’appropriatezza o meno di definire Taranto una città pugliese, volevo spiegare come mai la trovo una questione centrale. Carl Jung diceva che “un giorno il mondo ti chiederà chi sei e se non gli darai una risposta lo farà lui per te“. Quando, ad esempio, la birra dei due mari diventa puglieeeeseeeee oppure, letto giusto ieri, Livio Andronico, greco di Taranto e padre del teatro latino, diventa un pugliese anche lui, sta succedendo qualcosa di sostanzialmente drammatico: ci perdiamo i pezzi perchè noi per primi non abbiamo gli strumenti per rimanere integri.
ALFREDO BIANCHI
Dottore in Lingue e Letterature straniere con un solido background linguistico e accademico, specializzato nello studio e nella valorizzazione del dialetto tarantino e delle dinamiche storico-linguistiche del Mezzogiorno. Svolge una continuativa attività di divulgazione culturale come curatore di una rubrica settimanale per Lo Jonio (dal 2023) e come ospite e divulgatore fisso nelle frequenze di Radio Cittadella, trattando temi legati a dialettologia, storia locale e identità culturale. Esperienza parallela nella docenza linguistica e nel commercio estero
