La recente visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Pantelleria, insieme alle sue dichiarazioni sulla salvaguardia delle isole minori italiane, ci spinge a richiamare l’attenzione su una situazione altrettanto urgente: il lungo abbandono dell’Isola di San Paolo, nell’arcipelago delle Cheradi, nel Golfo di Taranto. Auspichiamo che questa condizione di incuria possa finalmente essere superata attraverso un intervento concreto di tutela, valorizzazione e restituzione alla comunità.
L’Isola di San Paolo non rappresenta soltanto un luogo di pregio paesaggistico, ma anche una testimonianza storica e identitaria per Taranto e per il suo rapporto con il mare. Il suo recupero potrebbe diventare un’occasione per coniugare tutela ambientale, memoria storica e fruizione responsabile, evitando che un bene così significativo continui a essere percepito come marginale o dimenticato.
Occorre quindi avviare un percorso serio di tutela e valorizzazione, capace di coinvolgere istituzioni, enti competenti e comunità locale, affinché l’Isola di San Paolo torni a essere non un simbolo di abbandono, ma un esempio di cura responsabile del patrimonio comune.
San Paolo, l’isola ferita che aspetta di rinascere.
L’isola di San Paolo, la più piccola delle Isole Cheradi nel Golfo di Taranto, rappresenta oggi uno dei luoghi simbolici in cui la storia millenaria della città, la tutela dell’ambiente marino e le prospettive di sviluppo economico sostenibile possono incontrarsi in modo concreto.
Per lungo tempo legata a funzioni militari e strategiche, l’isola è stata dismessa dalla Marina Militare e, negli anni, è rimasta esposta a degrado, abbandono e atti vandalici. Questa condizione non può essere considerata soltanto una perdita paesaggistica: è anche lo spreco di un bene pubblico di grande valore culturale, naturalistico e identitario per Taranto.
Le storiche basole del pontile trafugate dai soliti noti
Le Cheradi (Arcipelago di cui fanno parte anche l’Isola di San Pietro e San Nicolicchio, quest’ultima inglobata per la costruzione di un molo industriale) sono note fin dall’antichità: le fonti storiche le collegano alla tradizione greca e al mito, mentre nei secoli successivi esse hanno assunto un ruolo religioso, marittimo e difensivo.
L’isola di San Paolo conserva una memoria particolarmente rilevante per l’età moderna, soprattutto per la presenza del Forte Laclos, struttura militare voluta in epoca napoleonica per rafforzare il controllo sul porto e sul Mar Grande. Il nome richiama Pierre Choderlos de Laclos, ufficiale francese e autore delle Relazioni pericolose, morto a Taranto nel 1803.
Recuperare l’isola significherebbe quindi restituire alla città un tassello importante della sua storia europea e mediterranea.
Dal punto di vista naturalistico, l’isola si inserisce in un ecosistema marino di grande pregio. Il Golfo di Taranto è frequentato da diverse specie di cetacei ed è già al centro di attività di ricerca, monitoraggio e divulgazione ambientale. In questo contesto si colloca il lavoro della Jonian Dolphin Conservation, che ha promosso il San Paolo Dolphin Refuge: un rifugio marino destinato ad accogliere delfini provenienti da condizioni di cattività, accompagnandoli in un percorso di riadattamento progressivo al mare e, quando possibile, al ritorno in libertà. La presenza di questa iniziativa rafforza l’idea che San Paolo possa diventare un presidio permanente di tutela della biodiversità marina, educazione ambientale e ricerca scientifica.
Il recupero dell’isola dal degrado potrebbe generare opportunità economiche significative, purché orientate alla sostenibilità, alla tutela del bene pubblico e a un modello di fruizione regolamentato.
La prima area di sviluppo riguarda il turismo naturalistico e culturale: l’isola potrebbe ospitare visite guidate a numero chiuso, itinerari storico-archeologici legati al Forte Laclos e alla storia militare del Golfo, percorsi di educazione ambientale, escursioni integrate con il dolphin watching e programmi di turismo scientifico. Non si tratterebbe di trasformare San Paolo in una destinazione balneare di massa, ma in un luogo di esperienza qualificata, capace di attrarre visitatori interessati alla natura, alla storia, alla ricerca e alla cultura del mare.
Il vero potenziale economico dell’isola non consiste dunque nello sfruttamento intensivo dello spazio, ma nella costruzione di una filiera stabile e riconoscibile: conservazione ambientale, memoria storica, ricerca scientifica, turismo esperienziale, formazione e servizi locali. Se governata con regole chiare, San Paolo potrebbe diventare un moltiplicatore di valore per Taranto: un luogo capace di produrre occupazione qualificata, attrarre investimenti responsabili, rafforzare l’identità marittima della città e offrire un’alternativa concreta ai modelli economici fondati sul consumo del territorio.
Per quanto riguarda la responsabilità gestionale, dalle informazioni disponibili emerge che le Isole Cheradi fanno parte del demanio militare e che l’isola di San Paolo è stata storicamente sottoposta a vincoli e limitazioni connessi alla presenza della Marina Militare. Allo stesso tempo, la gestione del demanio marittimo e delle eventuali concessioni coinvolge anche le competenze amministrative degli enti territoriali, in particolare il Comune di Taranto attraverso la Direzione Patrimonio e Demanio e l’ufficio Demanio marittimo, oltre agli organismi statali competenti. Ne consegue che la responsabilità non può essere attribuita genericamente a un solo soggetto senza un esame puntuale degli atti di proprietà, concessione, custodia e manutenzione: occorre verificare formalmente chi detiene oggi il bene, chi ne ha l’uso, chi è tenuto alla vigilanza e quali obblighi derivano da eventuali accordi tra Ministero della Difesa, Marina Militare, Comune di Taranto, Regione Puglia e altri enti coinvolti.
La priorità dovrebbe essere quindi l’avvio di un percorso istituzionale trasparente: censimento dello stato dei luoghi, individuazione certa del soggetto responsabile della gestione, messa in sicurezza delle strutture, tutela dei beni storici, protezione degli habitat e definizione di un piano di fruizione pubblica compatibile con la fragilità dell’area. Solo così l’isola di San Paolo potrà passare dall’abbandono a una nuova funzione civica: non un luogo chiuso e dimenticato, ma un laboratorio mediterraneo di memoria, natura, ricerca e sviluppo sostenibile per Taranto.
