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Una Taranto diversa è concretamente possibile
Alla Biblioteca Acclavio di Taranto sono ripresi gli incontri culturali curati dal professor Mario Guadagnolo, con un nuovo appuntamento dedicato alla testimonianza di Giorgio Perinetti e al libro sulla figlia Emanuela, morta di anoressia.
Giorgio Perinetti, impossibilitato a partecipare per sopravvenuti problemi di salute, è stato presente in video conferenza alla Biblioteca Acclavio di Taranto con il suo libro scritto con Michele Pennetti: il racconto della figlia morta di anoressia e un appello a riconoscere i segnali della malattia.
Ci sono dolori che irrompono senza preavviso e cambiano per sempre il modo di guardare al passato. Per Giorgio Perinetti, ex dirigente di tante prestigiose squadre https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Perinetti , quel dolore coincide con la morte della figlia, colpita dall’anoressia. «Non l’ho vista arrivare», ha raccontato, riassumendo in poche parole lo smarrimento di chi si ritrova a rileggere segnali, silenzi e giorni apparentemente normali alla luce di una perdita irreparabile.
La sua è una storia privata, ma parla a molte famiglie. L’anoressia può insinuarsi nella quotidianità e restare difficile da riconoscere, soprattutto per chi vive accanto alla persona che ne soffre. Nel racconto di Perinetti non c’è la pretesa di offrire spiegazioni semplici: c’è, piuttosto, il bisogno di dare una forma alle domande rimaste aperte.
Da questa esperienza è nato un libro. Perinetti ha scelto di mettere su carta una vicenda che definisce «un pugno nello stomaco», trasformando il lutto in testimonianza. Scrivere, in questo caso, significa sottrarre la malattia al silenzio e provare a raggiungere chi vive una situazione simile, spesso senza riuscire a darle un nome.
Il valore del racconto sta anche nella sua vulnerabilità. Ammettere di non aver compreso in tempo ciò che stava accadendo non è un modo per cercare colpe, ma per mostrare quanto possa essere complesso accorgersi della sofferenza. È una presa di parola che chiede ascolto, attenzione e uno sguardo meno superficiale verso disturbi che non possono essere ridotti a una questione di volontà.
Raccontare questa storia significa evitare sia la retorica sia il sensazionalismo. Al centro resta una persona, la sua sofferenza e il vuoto lasciato nella famiglia. Attraverso il libro, Perinetti affida al pubblico una memoria dolorosa e, insieme, un invito: non voltarsi dall’altra parte quando il disagio si manifesta in forme difficili da decifrare.