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«Basta veleni»: Taranto in piazza per chiudere l'ex Ilva
Il corteo «Taranto torna a vivere» a tre giorni dall'udienza delle Sezioni Unite
Una grande manifestazione a Taranto per chiedere la chiusura dello stabilimento exIlva dopo le sentenze della Corte di giustizia europea e del Tribunale di Milano ed in attesa del pronunciamento della Cassazione.
TARANTO – Croci bianche con i nomi delle vittime, fotografie di bambini, striscioni e un messaggio ripetuto lungo tutto il percorso: «Basta imposizioni, decidiamo noi». Sabato 17 ottobre Taranto è tornata in piazza con «Taranto torna a vivere», il corteo promosso dalla rete civica Onda del Futuro, di cui fanno parte anche i Genitori Tarantini: sono loro ad aver promosso l’azione inibitoria che ha portato i giudici a ordinare lo stop dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico.
Alcuni pareri dei partecipanti
Il corteo
by Emilio Maritati
Il concentramento è iniziato alle 16 in piazzale Democrate e il corteo è partito alle 17 per piazza Maria Immacolata, dove la giornata si è chiusa con un microfono aperto. Le prime agenzie parlavano di centinaia di persone alla partenza, ma il corteo è cresciuto strada facendo: secondo diverse testate locali i partecipanti erano migliaia e, nel momento di massima affluenza, la testa del corteo era già in piazza Immacolata mentre la coda era ancora alla Ringhiera, a oltre un chilometro di distanza. In strada cittadini, giovani, attivisti, associazioni ambientaliste ed esponenti politici a titolo personale: una mobilitazione che gli organizzatori hanno voluto civica e apartitica.
In apertura, lo striscione «Ci avete tolto tanto, ci riprenderemo tutto». Lungo il percorso altri messaggi: «Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un solo bambino», «Ilva, basta veleni» e «Decarbonizzazione, la chiacchiera del padrone». Tra i manifestanti sventolava anche una bandiera con il volto di Massimo Battista, ex operaio Ilva ed ex consigliere comunale, morto di tumore. Le croci bianche e le foto dei bambini morti per malattie che i familiari ritengono legate all’inquinamento hanno segnato i momenti più intensi della manifestazione.
Le richieste della piazza
«La città non accetta più di essere sacrificata in nome del modello industriale che ha prodotto per decenni costi ambientali, sanitari e sociali insostenibili», scrivono i promotori nel documento della mobilitazione. La rete dice no alla «scelta tra salute e lavoro» e al «ricatto occupazionale» e chiede:
- la chiusura del polo siderurgico e un percorso concreto di decontaminazione, bonifica e riconversione delle aree industriali;
- la bonifica dell’intero Sito di interesse nazionale (SIN) di Taranto, con tempi certi, risorse adeguate e responsabilità chiare;
- garanzie occupazionali per i lavoratori diretti e dell’indotto e sostegni alle famiglie;
- una legge speciale e un intervento straordinario dello Stato per Taranto e la sua provincia;
- più assistenza oncologica pediatrica e programmi permanenti di sorveglianza sanitaria;
- alternative economiche nella ricerca, nella formazione, nell’economia del mare, nell’agroalimentare e nelle energie rinnovabili.
Il percorso giudiziario
Condotto dagli avvocati Maurizio Rizzo Striano ed Ascanio Amenduni
La vicenda nasce nel 2021, quando undici cittadini, tra cui aderenti all’associazione Genitori Tarantini, si sono rivolti al Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di impresa, competente perché lì ha sede legale l’azienda. Chiamata in causa dai giudici milanesi, nel giugno 2024 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che un’attività industriale che comporta pericoli gravi e rilevanti per la salute e l’ambiente deve essere sospesa e che l’autorizzazione integrata ambientale (Aia) deve includere la valutazione di impatto sanitario. Nel febbraio 2026 il Tribunale di Milano ha disapplicato in parte l’Aia del 2025 e imposto un adeguamento delle prescrizioni.
La svolta è arrivata il 27 luglio 2026, quando la Corte d’Appello di Milano ha ordinato con decreto la fermata dell’area a caldo entro 90 giorni, per la presenza di circa due tonnellate di amianto negli impianti e per le emissioni di polveri sottili. Il blocco resterà in vigore finché l’amianto non sarà rimosso del tutto e le emissioni non torneranno entro limiti di sicurezza. Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria, hanno chiesto due volte la sospensione del provvedimento, ma l’11 settembre e il 5 ottobre i giudici hanno respinto le istanze. Secondo la Corte, il rischio legato allo spegnimento degli altoforni è «cedevole rispetto al preminente diritto alla salute». Lo stop dovrà quindi scattare entro la fine di ottobre.
Una città divisa
Il corteo arriva al termine di una settimana di forte tensione. Dal 12 ottobre i lavoratori dell’ex Ilva hanno scioperato con Fim, Fiom, Uilm e Usb e hanno bloccato le statali 7 e 106 per chiedere un piano industriale e garanzie occupazionali. Lo sciopero si è concluso venerdì sera, dopo un’intesa raggiunta in Regione Puglia e la convocazione del Governo a Palazzo Chigi per il 27 ottobre. Intanto i commissari hanno chiesto la cassa integrazione per 6.964 lavoratori a Taranto, con l’intenzione di arrivare a 8.622, mentre il termine per le offerte vincolanti nella procedura di vendita è slittato all’8 novembre.
È la frattura che attraversa la città da anni: da una parte chi chiede di chiudere per tornare a respirare, dall’altra chi teme di perdere il lavoro. Il sindaco Piero Bitetti non ha partecipato alla manifestazione: «La penso diversamente – ha spiegato – mi metterò in ascolto e sono convinto che si potrà trovare una sintesi per la città, che ha bisogno di tempo e serenità».
Il caso nella maggioranza
La manifestazione apre però anche un fronte politico all’interno della maggioranza che sostiene Bitetti. Alla vigilia del corteo era stata annunciata la partecipazione dell’assessora all’Ambiente e alla Transizione ecologica Fulvia Gravame e dei consiglieri di maggioranza Antonio Lenti e Luca Contrario. Un annuncio che aveva subito acceso le critiche: sfilare con chi chiede la chiusura dello stabilimento avrebbe significato sconfessare la linea del sindaco, che pochi giorni prima aveva firmato in Regione Puglia, insieme a sindacati e istituzioni, una piattaforma unitaria orientata alla decarbonizzazione e alla continuità produttiva dell’ex Ilva, non alla sua chiusura.
Alla fine, però, né Gravame né Lenti erano in corteo. Un’assenza che non è passata inosservata, perché entrambi, candidati nel 2025 nella lista di Alleanza Verdi e Sinistra, hanno fatto della questione ambientale il centro del proprio impegno politico. Appena un mese fa Gravame aveva replicato al ministro Adolfo Urso che «il labirinto lo ha costruito la politica, non la magistratura», ricordando che «la salute non può essere subordinata all’interesse economico dell’impresa». In piazza, del resto, la politica istituzionale è rimasta ai margini.
A rendere ancora più evidenti le tensioni nella coalizione sono le dichiarazioni del consigliere Luca Contrario:
Un segnale di divisione che arriva proprio mentre l’amministrazione si prepara al vertice del 27 ottobre a Palazzo Chigi.
Ora la parola alla Cassazione
Martedì 20 ottobre le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione esamineranno i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia contro il fermo dell’area a caldo. È un appuntamento decisivo, che arriva a pochi giorni dalla scadenza fissata per lo spegnimento degli impianti. Per i promotori del corteo, quella data deve chiudere una stagione: «Pretendiamo di poter decidere del nostro futuro e di costruire una prospettiva culturalmente diversa». Dalla piazza è arrivato un messaggio chiaro: Taranto chiede di voltare pagina.
