di Adolfo Antonello Giusti

Particolare di un Vaso presente nel Museo Nazionale di Atene che mostra il rito della Taranta

C’è una cosa che i tarantini sanno e raramente dicono: la loro città non è figlia dell’ILVA. È figlia di Sparta.

Nel 706 avanti Cristo, un gruppo di esuli spartani, i Partheni, “figli delle vergini”, nati da unioni illegittime durante le guerre messeniche e per questo privati di ogni diritto civile, salparono dalla Grecia.

Falanto e i suoi compagni si trovavano in quel momento nel golfo di Saturo, (n.d.r. secondo alcune fonti) alla foce del fiume Tara, (n.d.r. secondo altre) ed è qui che fondarono la nuova città, chiamandola Taranto in onore di Taras, l’eroe che secoli prima era giunto in quegli stessi luoghi.

Il fiume Tara esiste ancora oggi: nasce a circa dieci km da Taranto, presso la gravina di Leucaspide, nel comune di Statte.

La frase «Quando vedrai piovere dal ciel sereno, conquisterai territorio e città» fu pronunciata dalla Pizia, la sacerdotessa dell’oracolo di Apollo a Delfi, in risposta a Falanto che chiedeva un segno per riconoscere il momento giusto per fondare la sua città.

Il significato si rivelò quando Falanto, stremato dopo un lungo viaggio senza meta, si addormentò sulle ginocchia della moglie Etra. La donna, pensando alle sventure vissute dal marito, cominciò a piangere. Le sue lacrime lo destarono: fu un’illuminazione. Il nome Etra in greco significa proprio “cielo sereno” Aveva piovuto dal cielo sereno.

L’oracolo disse anche: «Popolate la grassa terra degli Iapigi e siate la loro rovina» Taras fu l’unica colonia che Sparta avesse mai impiantato fuori dalla madrepatria. Nei secoli successivi divenne una delle città più ricche e potenti del Mediterraneo: capitale della Magna Grecia, crogiuolo di commercio, arte e pensiero, la polis dove la cultura fisica era culto religioso prima ancora che pratica militare.

Particolare di un Vaso presente nel Museo Nazionale di Atene che mostra il rito della Taranta

Di quel passato rimangono le due colonne doriche che svettano silenziose nel centro storico, gli ori custoditi al MArTA, quinto museo d’Italia per importanza, e un simbolo che non smette di parlare: il giovane Taras a cavallo di un delfino, impresso sulle monete dell’antica zecca cittadina, figlio di Poseidone e della ninfa Satyria, eroe di una città nata dal mare.

Poi, sessant’anni fa, è arrivata la grande illusione. Un colosso siderurgico ha occupato l’orizzonte, il cielo, i polmoni e l’immaginario collettivo di generazioni. L’acciaio ha dato da mangiare a migliaia di famiglie, è giusto riconoscerlo. Ma ha anche instaurato una monocultura che ha cannibalizzato tutto il resto: il mare, il turismo, la diversità economica, il futuro.

Lo stabilimento siderurgico di Taranto

La ricchezza vera, volava altrove. Restavano i fumi, le polveri, la dipendenza da un solo, enorme datore di lavoro. Poi anche quello si è sgretolato, lentamente, ma inesorabilmente.

La delegazione Spartana in Piazza Municipio per il Gemellaggio

Eppure Taranto non si è rassegnata a scegliere tra industria tossica e declino silenzioso. Da qualche anno, con una tenacia che ha qualcosa di spartano, un pezzo di città ha deciso di riscavare le proprie radici e farne un progetto concreto. Il marchio “Taranto, la Città Spartana” non è solo un’operazione nostalgica: è una scommessa identitaria che punta sul turismo storico e archeologico, sulla Blue Economy, sulla rigenerazione del borgo antico. Dal 2015 esiste persino un gemellaggio ufficiale con la moderna Sparta greca, in fase di definizione, sancito con una cerimonia in costume ai piedi delle colonne doriche.

Negli anni seguenti sono arrivati: la Spartan Race, la celebre corsa a ostacoli che alla prima edizione tarantina registrò tremila iscritti da quattro continenti, l’Oplita Race a Pulsano, ma anche a Saturo, in marina di Leporano, sul litorale dove secondo la tradizione sbarcò Falanto, la Marathon degli Spartani in mountain bike, la Befana che arriva via mare anziché in slitta.

Fra le attività dobbiamo menzionare Il viaggio “Sulla rotta degli Spartani” è forse l’atto più suggestivo di un atleta tarantino, Adriano Tegas, un ciclista originario di Massafra, partito dalle coste di Saturo, a Leporano, il 1° giugno 2025, per raggiungere Sparta in Grecia, in solitaria, portando con sé il crest ufficiale della città di Taranto da consegnare al sindaco di Sparta come segno di fratellanza tra le due comunità. Ha percorso quasi 900 km in bicicletta da Leporano fino a Sparta, portando fisicamente il simbolo di Taranto alla città madre. A Delfi fu accolto da un referente del sindaco con una corona d’alloro e una pergamena recante i nomi di antichi atleti greci e magnogreci.

Adriano Tegas a Sparta davanti alla statua di Leonida, l'eroe Spartano delle Termopili

Agli scavi, una guida lo riconobbe gridando “Taranto!” In quel momento il gemellaggio era di fatto avvenuto.

La domanda vera, però, non è se Taranto abbia un’anima. Ce l’ha, e si vede. La domanda è se riuscirà a tradurre quell’anima in economia reale: in posti di lavoro per chi ha passato vent’anni in acciaieria, in botteghe artigiane nella città vecchia, in mitilicoltura certificata nel Mar Piccolo, in guide turistiche, restauratori, tecnici della transizione ecologica.

Altre città ci sono passate. Pittsburgh, Bilbao, la Ruhr. Avevano le acciaierie, le miniere, l’industria pesante. Hanno avuto il coraggio di chiudere, bonificare e reinventarsi. Oggi sono capitali globali della rinascita. Non è detto che il percorso sia identico, ma la direzione è quella.

Taranto ha il mare, la storia, un patrimonio archeologico che farebbe invidia a mezza Europa e persone con competenze tecniche straordinarie. Le mani che hanno lavorato l’acciaio possono imparare altro. Il futuro senza l’ILVA non è un’utopia: è una necessità. E forse, finalmente, anche una possibilità.

Un pensiero su “Taranto, figlia di Sparta. E dopo l’acciaio ?”
  1. secoli di storia finemente ed esaurientemente descritta con grande capacità di sintesi atta ad una proficua diffusione anche tra le giovani generazioni…

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