Quel fugace incontro col dio Pan quando la campagna divenne sinonimo di povertà e la città di opulenza

Il racconto di ARTURO GUASTELLAnostro inviato nella Magna Grecia


Tratturo Magno tra l’Aquila e Foggia, il più lungo e importante dei tratturi d’Italia; sotto il titolo, casolare De Bellis abbandonato a Pozzo Vivo in provincia di Bari

Dal Cinquecento, la borghesia urbana si appropria dei campi aperti e delle terre comuni dove per secoli i contadini hanno portato il loro bestiame al pascolo. Questi ultimi, per pagare i debiti, sono costretti a vendere i loro piccoli fondi. Cambia il diritto di proprietà e riprende vigore la manomorta ecclesiastica. Nel decennio di dominio francese Carlo III compilò il cosiddetto catasto onciario e la tassazione dei cittadini fu fatta a seconda del loro reddito. Affittuari, commercianti, massari e medi proprietari terrieri acquistano terreni dalla nobiltà e dalla manomorta. I contadini passano da un proprietario all’altro perpetuando la loro condizione di servi della gleba. E la piccola proprietà risulta quasi tutta ipotecata

VI AVEVO LASCIATO fra i belati, a proposito di masserie delle pecore e di transumanza, giù in Magna Grecia. E, vagando tra i tratturi e le “carrarecce”, dall’Abruzzo fino alla Daunia, speravo di incontrare il Vate di Pescara o qualche suo pastore, che conduceva le pecore ai pascoli della Puglia settentrionale. E, invece, nisba, mi informa un barbuto seminudo, con un paio di calzari che lasciano intravvedere piedi stranamente forcuti. «Il grande Gabriele (oh, come lo capisco) è rimasto a fare le fusa al Nord, alla sua divina Eleonora e, perciò, se vuoi sapere di caproni, di arieti e di ninfe e di satiri, eccomi a tua disposizione». Mi coglie il sospetto malandrino, che mi sia perso e che, invece di trovarmi nel Sud dello Stivale, sia finito nella mitologica Arcadia, in Grecia, nel Peloponneso. 

Non sarebbe la prima volta, che qualche figlio di Ipno e di Nix, i fratelli discoli di Morfeo, mi facciano di questi scherzi. Così, nel cercare il modo migliore per congedarmi dal mio interlocutore, egli, quasi leggendomi nel pensiero, mi dice che anche qui è di casa, essendo il Dio dei Pastori. Pan, dunque? Non faccio in tempo a pronunciare il suo nome, che il Nume sparisce. Forse offeso per non averlo riconosciuto subito. Fa in tempo, però, a sussurrarmi un nome per farmi raccontare di pecore e di pastori “transumanti”, nonché di masserie e stazzi: Corrado IV di Hohenstaufen. Nientemeno che il figlio del grande Federico II e della sua seconda moglie, Jolanda di Brienne? È, però, un pugliese di Andria. E quindi parla di massari e di masserie con grande competenza. 


Gli stilemi edificatori delle masserie furono codificati da Leon Battista Alberti

Intanto vengo a sapere che le cosiddette masserie delle pecore, erano  edifici, dall’architettura essenziale e scarna, che fungevano da semplice ricovero degli ovini. Fu, in seguito, Alfonso V d’Aragona, nel 1443, a riorganizzare la Regia Dogana per la mena delle pecore, affidata al nobile catalano Francesco Montluber, con una conseguente accelerazione dell’economia rurale in direzione dell’allevamento ovino. In quel periodo gli animali transumanti che iniziavano il loro percorso dalle regioni comprese tra i fiumi Sangro e Fortore, erano 1.700.000 capi nel 1474, 3.000.000 nel 1574, 2.000.000 nel 1610 e solo 950.000 nel 1815. Inoltre, dal Cinquecento la Regia Dogana di Foggia non solo definiva le aree da adibire a pascolo e quelle destinate all’agricoltura, ma indicava anche i percorsi per pervenirvi: tratturi, viottoli e mezzane

Gli stilemi edificatori delle masserie non erano soltanto in relazione alla posizione geografica delle stesse (masserie fortificate in prossimità del mare), ma erano stati addirittura codificati in un trattato. Nel De re aedificatoria, per esempio, di Leon Battista Alberti, si danno addirittura indicazioni sull’allogamento della dimora del proprietario terriero e di quella degli stessi coloni, in relazione al tipo di lavoro da svolgere: «accanto alla cucina ci deve essere una grande capanna sotto la quale si ripara il carro, l’aratro, la treggia, il giogo, le ceste del fieno e simili altre cose e sia, detta capanna, volta a mezzodì, acciocché la famiglia ne l’inverno vi possa stare a passarsi al sole i giorni di festa» (L.B. Alberti, “De Architectura seu de aedificatoria”. Milano, Ferrario, 1833, pagg.166). In generale si tratta di costruzioni molto semplici, per lo più a due piani, con il pianterreno per il colono e il primo piano per l’agrario. Una corte centrale, una serie di locali, stalle, iazzi, depositi e spazi scoperti recintati per ammassarvi le derrate agricole non deteriorabili. Con l’estendersi dell’arboricoltura, inoltre, per la politica di espansione dell’allevamento portato avanti nei secoli precedenti dagli aragonesi, divenne necessario recingere gli appezzamenti per sottrarli al pascolo e si ebbero, perciò, le chiusure di proprietà privata e i giardini, dove si coltivava l’ulivo, il mandorlo, la vite e gli alberi da frutta e tuttora presenti nelle masserie. 


A partire dal Cinquecento cambia il diritto di proprietà e i terreni vengono recintati

Grandi mutamenti nell’assetto della proprietà rurale cominciano dal Cinquecento, allorché la buona borghesia comincia ad impadronirsi dei campi aperti a colture cerealicole e delle terre comuni dove per secoli i contadini hanno portato il loro bestiame al pascolo. Questi ultimi, per pagare i debiti, sono costretti a vendere i loro piccoli fondi, facendo diventare la campagna sinonimo di povertà e la città di opulenza. Cambia, in una parola, il diritto di proprietà, tanto che nel Seicento questo diritto viene addirittura riconosciuto solo sui terreni coltivati e sui prodotti, mentre veniva vietata ai proprietari la recinzione dei terreni per così dire sciolti. Fino ad arrivare al paradosso, in periodo borbonico, dei latifondi sempre più in mano ai baroni, con i braccianti agricoli che se anche non appartengono più ai servi della gleba, vivono tuttavia in condizioni miserrime, mentre riprende vigore la manomorta ecclesiastica, che si riappropria di immense proprietà terriere

Un primo, inutile, freno a questo stato di cose, si ebbe nel decennio di dominio francese, allorché Carlo III compilò il cosiddetto catasto onciario, che stabiliva la tassazione dei cittadini a seconda del loro reddito. Si assiste, in questo periodo, da parte di affittuari, commercianti, massari e medi proprietari terrieri all’acquisto di terreni dalla nobiltà e dalla manomorta, in quanto, essendo il lavoro agricolo salariato molto oneroso, i feudatari preferiscono dare in censo i loro fondi, ponendo, però, onerose condizioni sul tipo di coltivazione perpetua, per esempio, con il bel risultato che i contadini passano da un proprietario all’altro perpetuando la loro condizione di servi della gleba, in quanto, spesso, vengono venduti come “dote” del fondo stesso. Inoltre la piccola proprietà contadina, gravata da censi per i prestiti richiesti, risulta quasi tutta ipotecata


Nel Settecento la coltivazione degli ulivi in Puglia è affrancata dai tributi per 40 anni

Ai primi del Settecento, in Puglia, dove, tuttavia, i vincoli feudali pesano meno che altrove, la coltivazione cerealicola subisce un sensibile regresso a vantaggio della coltivazione dell’ulivo, in quanto le terre con questo tipo di coltura, sono affrancati dai tributi per 40 anni. Tuttavia, la coltivazione dei cereali, laddove resiste il latifondo, cioè, nella zone interne, soprattutto sull’Alta Murgia, è ancora preminente. Questa vera e propria trasformazione agraria trova serissimi ostacoli nell’inclemenza del tempo (siccità, alluvioni, grandine e gelate) e da una grave carestia che colpisce la Puglia negli anni 1763-64, superata la quale comincia una lenta ripresa, con l’aumento del prezzo delle derrate agricole, e molti terreni, lasciati incolti per decenni, che vengono rimessi a coltura con concessioni enfiteutiche e i cosiddetti contratti ad meliorandumÈ appena il caso di ricordare come l’enfiteusi fosse una specie di affitto perpetuo, con un indispensabile, per Si assistette, perciò, a partire dalla metà del XVIII secolo ad una diversificazione delle forme di gestione delle masserie. Accanto al contratto del facere masseriam, tipico delle aziende medio-piccole e stipulato tra il piccolo proprietario e il piccolo contadino e, insieme ai contratti di enfiteusi e di censuazione, cominciano a prendere piede i contratti di colonia parziaria e di affitto. Quest’ultimo tipo di contratto, nei primi dell’Ottocento, diventerà preminente in virtù della decadenza della nobiltà, della confisca dei beni ecclesiastici e con l’usurpazione demaniale. Paradossalmente, però, è questo il vero periodo dei latifondi, che passano soltanto di proprietà, mentre rimangono pressoché immutati i metodi di gestione e di organizzazione della forza bracciantile. La stragrande maggioranza dei coloni o sono braccianti o massari, mentre l’affittuario si limita a sovvenzionare il colono con il denaro che dovrà essere restituito in derrate agricole da consegnargli a domicilio.  ò, miglioramento del suolo

Si assistette, perciò, a partire dalla metà del XVIII secolo ad una diversificazione delle forme di gestione delle masserie. Accanto al contratto del facere masseriam, tipico delle aziende medio-piccole e stipulato tra il piccolo proprietario e il piccolo contadino e, insieme ai contratti di enfiteusi e di censuazione, cominciano a prendere piede i contratti di colonia parziaria e di affitto. Quest’ultimo tipo di contratto, nei primi dell’Ottocento, diventerà preminente in virtù della decadenza della nobiltà, della confisca dei beni ecclesiastici e con l’usurpazione demaniale. Paradossalmente, però, è questo il vero periodo dei latifondi, che passano soltanto di proprietà, mentre rimangono pressoché immutati i metodi di gestione e di organizzazione della forza bracciantile. La stragrande maggioranza dei coloni o sono braccianti o massari, mentre l’affittuario si limita a sovvenzionare il colono con il denaro che dovrà essere restituito in derrate agricole da consegnargli a domicilio.

Sulla strada del ritorno c’era, per chiudere, un prete-poeta, Don Renato Delos, parroco di Martignano, nella Grecìa salentina, scomparso un paio d’anni fa, vero cantore delle masserie. E comincia a recitare«Il canto di un gallo si sente al mattino /ed un altro risponde dalla sinistra./Riprende così la vita nella masseria che sia a Martignano o a Sternatia. Incontro la massera: Il pane lo ha già infornato?/Il padrone è intento a spargere il letame,/mentre Tore comincia a falciare:/c’è tanto da fare e bisogna sbrigarsi […]». Il tutto, nel musicale dialetto salentino.

Da ITALIALIBERA ONLINE

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