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LA SCIENZA DI CONFRONTA CON L'IGNORANZA

Nella Conferenza stampa organizzata ieri 21 agosto 2025 presso il Convento di San Pasquale in via Pitagora a Taranto, è emersa in maniera inequivocabile l’assurda vicenda della farlocca decarbonizzazione, che si vorrebbe realizzare nella meravigliosa città spartana di Taranto.
Una città ed un Territorio, che hanno già pagato un prezzo molto alto in termini di vite umane sacrificate al PIL nazionale e la reiterata azione irrispettosa della natura e dell’ambiente in atto.
Il prof. 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐌𝐚𝐫𝐞𝐬𝐜𝐨𝐭𝐭𝐢, la Dott.ssa 𝐆𝐥𝐚𝐝𝐲𝐬 𝐒𝐩𝐢𝐥𝐢𝐨𝐩𝐨𝐮𝐥𝐨𝐬 ed il Prof. Dott. 𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐆𝐢𝐮𝐚, hanno argomentato con dati scientifici ed analisi approfondite la farlocca decarbonizzazione.
Si è costituito un gruppo scientifico di lavoro, che oltre ad analizzare la parte puramente tecnica impiantistica, si avvale di autorevoli giuristi ed avvocati, che stanno approfondendo tutte le tematiche relative al 𝐑𝐈𝐂𝐎𝐑𝐒𝐎 𝐀𝐋𝐋𝐀 𝐅𝐀𝐑𝐋𝐎𝐂𝐂𝐀 𝐀𝐈𝐀 del ministro Adolfo Urso. Naturalmente in questo momento è importante che Cittadini, Associazioni e Tecnici, facciamo CORPO UNICO perchè #𝐔𝐍𝐈𝐓𝐈𝐕𝐈𝐍𝐂𝐈𝐀𝐌𝐎.

I nostri racconti in video

della conferenza stampa presso il Convento di San Pasquale in Via Pitagora a Taranto

Video n.1
Video n.2
Video n.3
Video n.4
Video n.5
Video n.6
Video n,7
Video n.8
Video n.9
Video n.10
Video n.11

#UNITIVINCIAMO

Conferenza stampa a Taranto in data 21 agosto 2025

Intervento del Dott. Roberto Giua, Chimico, Igienista Industriale IIC, già Direttore del Centro Regionale Aria di Arpa Puglia

Credo che sia stato, in effetti, già chiarito l’aspetto ambientale, sanitario, sociale e — vorrei dire — etico — della scelta di un proseguimento dell’attività di uno stabilimento che a Taranto ha già lasciato una scia di morti e feriti (nei corpi e, anche, nella psicologia singola e collettiva); scelta addossata alla collettività della cittadinanza con naturalezza e nonchalance, quasi che tutti siano implicitamente, o naturalmente, d’accordo sul perdurare di una esposizione a emissioni inquinanti di tipo industriale su soggetti già defedati e su un ambiente già inquinato e che tale resterà — almeno nelle matrici permanenti — per decenni e, verosimilmente, per secoli.

Ma vediamo la questione in modo impiantistico ed economico.

Vorrei in premessa mettere l’accento sulla fondamentale ed eccezionale complessità dell’operazione di “decarbonizzazione” dello stabilimento siderurgico di Taranto, delineata in due stringate (e con significative inesattezze) paginette di documento concordato fra Ministeri ed Enti Locali alcuni giorni or sono, a Roma.

Soltanto la costruzione di 3 forni elettrici ad arco consiste nell’edificazione di una acciaieria elettrica molto più grande di quelle già esistenti in Italia — si pensi alla ORI-Martin, a Brescia, autorizzata per la produzione di circa un milione di semilavorati di acciaio l’anno, che contiene un unico forno elettrico ad arco e per il quale il Comune di Brescia ha predisposto uno specifico osservatorio, che riguarda aspetti produttivi e ambientali.

Lo stabilimento ORI-MARTIN a Brescia

I forni elettrici a Taranto dovrebbero prendere il posto dei convertitori — sei, tre nell’acciaieria uno e tre nell’acciaieria due — senza che, però, sia stato in qualche modo considerato l’aspetto delle fasi successive alla fusione dell’acciaio — che attualmente prevede trattamenti in siviera e colate continue, tutte svolte negli stessi capannoni o in zone attigue ai convertitori.

Forno Elettrico ad Arco ( EAC)

I forni EAC (Elettric Arc Furnace) Forni Elettrici ad Arco, dovrebbero essere alimentati con rottami e con ferro preridotto, prodotto in impianti e con modalità assolutamente non definiti. E si dovrebbero, così, spegnere altiforni, cokerie, sinterizzazione (agglomerazione), oltre a parchi minerali e centrali elettriche (non essendoci più, così, gas combustibili prodotti dallo stabilimento), con giganteschi risvolti anche occupazionali.

In paragone, vorrei citare un documento, facilmente reperibile in rete

datato 2 luglio 2025, che riguarda lo stabilimento siderurgico della British Steel di Scunthorpe e le “sfide economiche” per il passaggio all’acciaio “verde”.

Il documento delinea la configurazione dello stabilimento, assolutamente analoga, con una potenzialità un po’ inferiore, a quella dello stabilimento di Taranto. Individua la essenzialità dello stabilimento per la sicurezza nazionale e la sovranità industriale, essendo l’unico a ciclo integrale nel Regno Unito. E definisce la fondamentale criticità dell’assenza di minerale di ferro in loco (nel Regno Unito c’erano miniere, non più presenti attualmente, mentre in Italia questa condizione non è stata mai realizzata) il che rende competitiva la produzione in paesi che dispongono di minerali. Con ciò, lo stabilimento di Scunthorpe è in costante perdita, e l’invecchiamento degli altiforni rappresenta un’ulteriore criticità, per la necessità di massicci investimenti — si parla di 400-950 milioni di sterline per forno, con un sostanziale impegno economico a fronte di ritorni incerti, dato in particolare il declino economico globale delle operazioni basate sugli altiforni.

Il documento indica quindi come più pratico per la decarbonizzazione della produzione dell’acciaio il passaggio alla tecnologia dei forni ad arco elettrico (EAF). Ciò, però, a fronte della condizione critica del costo dell’elettricità, essendo i forni EAF ad alto consumo di energia elettrica.

Il passaggio alla tecnologia EAF comporta, sempre secondo il documento, un investimento di capitale stimato in 1,25 miliardi di sterline (1,45 miliardi di euro, per due soli convertitori ed una minore capacità produttiva), con un significativo rischio di esecuzione, considerata la difficile situazione finanziaria dell’impianto e il costo dell’elettricità.

La soluzione indicata dal documento consiste nel riposizionamento strategico dello stabilimento di Scunthorpe come attività di laminazione di semilavorati di acciaio “verde” prodotti con ciclo DRI a idrogeno verde e forni EAC in siti con energia elettrica da sorgenti rinnovabili a basso costo. Eliminando, così, sia la problematica del reperimento dei minerali (e del loro costo) che dei sostanziali investimenti necessari per la conversione industriale della fusione dell’acciaio, che il costo dell’energia elettrica per l’alimentazione dei forni elettrici, che la necessità di un ciclo dell’acciaio senza produzione di emissioni di ossidi di carbonio.

È abbastanza facile trovare delle analogie con la situazione di Taranto e dell’acciaio in Italia, delle criticità economiche e impiantistiche delle soluzioni prospettate e non — sottolineo — NON analizzate in nessun modo nel discutibile documento prodotto dal Ministero. Bisogna, a questo punto, pensare: o che non siano stati coinvolti sinora e non si comprende perché, tecnici competenti nel considerare i risvolti di una decarbonizzazione dell’acciaio italiano e tarantino e quindi non si sia analizzata la convenienza economica, la solidità impiantistica, la proponibilità del passaggio, sic et simpliciter, alla tecnologia EAC e DRI, che appare così più uno slogan che una concretezza.

Oppure, che si sia presa una qualche decisione “strategica” a livello ministeriale, e che si siano poi incaricati o si incaricheranno dei tecnici compiacenti di confortare tale decisione di elementi scientifici e procedurali.

Oppure ancora e appare più probabile, che il documento e il possibile seguito servano solo a rinviare, rinviare, rinviare il passaggio all ‘acciaio “verde” ad un lontano futuro, magari responsabilità di altri governanti e decisori, affidando alla vigente autorizzazione integrata ambientale dello stabilimento di Taranto il proseguimento di un’attività siderurgica svantaggiosa, inquinante e funesta.

Dalla produzione primaria di acciaio alla rilaminazione dell'acciaio verde

L’analisi esamina le sfide economiche che lo stabilimento di Scunthorpe di British Steel si trova ad affrontare e propone un riposizionamento strategico dalla produzione primaria integrata di acciaio a operazioni di rilaminazione di acciaio ecologico

Questa analisi strategica di decarbonizzazione dell’acciaio illustra come la transizione alla lavorazione di billette di acciaio ecologico importate potrebbe ripristinare la competitività, mantenendo al contempo la capacità produttiva strategica di acciaio e i livelli occupazionali nel Regno Unito.

1 Reply to “La Scienza si confronta con l’ignoranza del ministro Adolfo Urso.”

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