“Castrum”, “foresta”, “massaria” e “aratia”: il governo del territorio nel Regno di Federico II

 di ARTURO GUASTELLA  9 Dicembre 2021


Castello federiciano di Calvi, l’ultimo edificio fatto costruire da Federico II nel Sud Italia; sotto il titolo, il castello templare federiciano di Roseto Capo Spulico, un tempo custode della Sacra Sindone nell’Alto Jonio Cosentino

Il Puer Apuliae vuole evitare la sovrapposizione dei compiti tra l’azienda produttiva (la massaria), quella destinata all’allevamento equino (l’aratia), e l’area destinata all’incolto (la foresta). Tutte poggiano la loro sicurezza sul castello più vicino, sede della guarnigione. Il Re Svevo codifica il suo progetto con una missiva inviata al provisor massariarum, una sorta di prefetto regionale o provinciale delle aziende agricole sottoposte alla legge normanna. Nella missiva si specificano le competenze, si danno istruzioni sui registri fiscali e produttivi, sugli inventari da compilare masseria per masseria, imponendo perfino le date in cui tali registri devono essere mostrati alla burocrazia regia (entro il secondo mese di ogni anno)

Il racconto di ARTURO GUASTELLAnostro inviato nella Magna Grecia


Targa dedicata al Puer Apuliae apposta sul Castello Aragonese di Taranto

ORA CHE, LA MATTINA del 30 novembre scorso, sul mastio del castello aragonese di Taranto, è stata apposta la targa di saluto a Federico II, per il suo ultimo viaggio in Sicilia. Ora che ben due ammiragli, Salvatore Vitiello e Francesco Ricci (quest’ultimo anche il castellano in carica), hanno tributato gli onori militari al Puer Apulie, e che il grande medievista, prof. Cosimo Damiano Fonseca, ne ha officiato (è anche un monsignore) l’intera cerimonia, riportando fra noi, sul filo del suo prodigioso sapere, il nipote del Barbarossa, presente, mi è parso — anche se non potrei giurarlo, con tutte quelle mascherine anticovid — nella piazza d’armi del castello. Ben contento, il re-imperatore, di questo riconoscimento della Marina Militare italiana. Del resto, anch’egli, alla fine del 1221, poteva contare su due squadre navali ottenute dopo aver ripristinato quelle leggi normanne, per le quali i proprietari dei feudi e le “Universitas dei centri più importanti del Regno, erano obbligati a fornire legname per la costruzione delle navi e denaro per la manutenzione della flotta, giusto quel tributo lignamia e marinaria che Federico non aveva esitato a riscuotere. 

Ora, con questa premessa, ben difficilmente il mio carissimo Don Fonseca avrà qualcosa da obiettare, se chiederò ad uno dei più fedeli sudditi del Re, magari a quel Conte Landolfo d’Aquino, che per Federico aveva recuperato in Terra del Lavoro (tra Campania, Lazio e Molise) moltissime fortezze e masserie fortificate al riottoso conte Tommaso di Celano, dove si trovava la famosa masseria di Pier Delle Vigne. Il conte D’Aquino, prima mi chiede come mai la strada principale di questa città bimare porti il nome della sua famiglia, D’Aquino;  alla mia spiegazione che si trattava di un poeta arcadico, di nobilissima casata, ma di cinque secoli posteriore al suo “ghenos”, forse perché sensibile a Calliope e ad Erato (diamine, siamo pur sempre in Magna Grecia, e qui le Muse della poesia sono di casa) mi consiglia di consultare iRegistri fiscali federiciani, quelli databili tra gli anni 1248-1259. 

Qui risulta una mappa aggiornata delle masserie esistenti in quel periodo in Puglia, in Calabria e in Sicilia, da Oria fino al Gargano, e, più giù, da Rossano Calabro fino a Palma di Montechiaro, e c’è perfino la masseria di Pier delle Vigne, poi requisitagli dopo l’accusa di aver congiurato contro Federico II. Il conte D’Aquino mi consiglia, perciò, di rivolgermi ad un amico sincero di Federico, monsignore come il nostro Accademico dei Lincei Don Fonseca. È Berardo di Castacca, che, per essere stato vescovo di Bari prima, e di Palermo dopo, sapeva tutto, ma proprio tutto, non solo di castelli e masserie del Regno, ma anche di Massari e Giustizieri. Ecco, perciò, chi deve ringraziare il vostro cronista, per quanto verrà a raccontarvi.


Masseria Cortellenica a Ugento, in provincia di Lecce nel basso Salento

Le aziende agricole del primo periodo angioino vanno ad innestarsi nel reticolo delle masserie sveve, anche se il loro apparato gestionale subisce profonde modifiche, con il conferimento di precisi incarichi alla burocrazia regia. In altre parole, gli Angioini tentano di comporre su un piano di funzionalità territoriale gli intricati rapporti istituzionali e produttivi tra foresta, massaria, aratia e Castrumcon lo scopo, neanche tanto recondito, di una marcata differenziazione delle competenze e delle responsabilità della burocrazia amministrativa di ogni struttura territoriale, evitando, per quanto possibile, le sovrapposizioni dei compiti. Specialmente dove l’azienda produttiva, la massaria, quella destinata all’allevamento equino, l’aratia, e l’area destinata all’incolto, la foresta, poggiano la loro sicurezza nel castello viciniore, sede di guarnigione.Insomma, foreste, castelli, masserie e marescallie regie — pur non legate da reciproca interdipendenza, ma, anzi, amministrate nella logica della suddivisione dei compiti — talvolta presentano elementi di conflittualità, dovuta all’uso del territorio e che il potere centrale cerca in tutti i modi di sanare

Da sottolineare, poi, la posizione di assoluta preminenza della Capitanata dove il sistema delle massarie regie si articola nei luoghi tradizionali della granicoltura e della transumanza, seguendo gli antichi tracciati viari. In ogni caso si deve a Federico II, il primo vero e proprio progetto organizzativo della rete masseriale, perfettamente funzionale non solo alla sua necessità di controllare il territorio, ma anche di dargli uno sviluppo armonico, per quel che riguarda la produttività agricola e zootecnica, trasferendo coloni nelle aree meno popolate, con l’intento non solo di allargare le aree coltivabili, ma anche di creare nuclei di popolazione a lui favorevoli. All’uopo, lo Svevo codifica il suo progetto nella Constitutio sive encyclica super massariis curiae, sotto forma di missiva inviata al provisor massariarum, che era una sorta di prefetto regionale o provinciale delle aziende agricole, mentre il gestore dell’unità singola era il massarium. Nella missiva si specificavano le sue competenze, si davano istruzioni sui registri fiscali e produttivi, sugli inventari da compilare masseria per masseria, imponendo perfino le date in cui tali registri dovevano essere mostrati alla burocrazia regia (entro il secondo mese di ogni anno). 


L’imponente masseria fortificata di Jesce del XIV secolo ad Altamura in provincia di Bari

Naturalmente il lavoro del provisor veniva valutato sulla base della produttività del complesso delle masserie sotto la sua giurisdizione, dandogli una chance nei casi in cui i risultati non fossero stati in linea con le aspettative del sovrano, fino ad ammonirlo (e, con lui, anche il massaro indagato) quando tale situazione di perdita, o anche di mancato profitto, dovesse perdurare. Il re di Sicilia suggeriva, perfino, come doveva articolarsi l’inchiesta che il provisor doveva condurre nel caso in cui una masseria risultasse inadempiente: «sarà condotta alla presenza dei massari vicini, del giudice del territorio in cui insisteva, se c’era, altrimenti del giudice del vicini castri seu locidi probi viri del luogo, del procuratore della Curia della provincia e, naturalmente, del massaro incriminato». Inoltre, nelle disposizioni di Federico al provisor si dettavano i doveri cui un buon massaro doveva attenersi, e che, cioè, non dovevano assumere unità lavorative a loro legate da vincoli di parentela, che non frodino la Curia sui proventi, che facciano coltivare le terre nelle stagioni opportune, che controllino accuratamente i locali per il deposito dei prodotti e che relazionino sullo stato stesso degli edifici. Insomma un vero e proprio decalogo, cui il massaro doveva attenersi scrupolosamente se non voleva essere sottoposto ad indagine. 

Con Federico, poi, l’azienda agricola diviene onniproduttiva, nel senso che — oltre all’agricoltura (quanto più varia possibile) e alla zootecnia — era prescritta anche l’apicoltura, dando perfino disposizioni sull’utilizzazione delle penne degli animali da cortile. L’eredità del grande Svevo fu raccolta anche da Manfredi, che varò una serie di Statuti sull’argomento, a partire dal 1254, dove, fra le altre cose, si stabilisce il valore delle derrate agricole e i compensi da pattuire con la forza-lavoro, sia in denaro che in prodotti della terra. Disposizioni che, spesso, rimangono solo sulla carta.Con Carlo I d’Angiò, il provisor cambia nome e diventa magister massariarium, veri e propri appaltatori delle masserie reali, delineando anche gli ambiti di competenza che, in Puglia, sono stabiliti in tre: la Capitanata, la Terra di Bari (con competenze anche in Basilicata) e la Terra di Otranto


Dipinto di Federico II a cavallo nella sua prediletta Capitanata

magistri massariarium sono sottoposti al controllo del gran Siniscalco, che ha il potere di nomina, senza quello di destituzione o di punizione che deve essere concordato con il sovrano. Previste anche le pene, particolarmente severe, per i massari infedeli, i quali, nel caso che il dolo sia accertato, saranno condannati, oltre al risarcimento, al macero “in vinculis per triennium squalore carceris”. Interessante, a questo punto, conoscere l’estrazione sociale dei massarii e dei magistri massariarum, per sapere se si trattava di incompetenti burocrati statali o di veri e propri esperti agronomi. Intanto, va sottolineato, sono quasi tutti di origine locale, tranne qualche rara eccezione e, mentre alcuni sono nominati per aziende che ricadono nella loro località di origine, altri, di particolare competenza (o fortemente raccomandati) sono inviati a dirigere masserie o in giustizierati di altri territori. Sono quasi tutti di origine borghese, la borghesia degli uffici e dei notabilati, a conferma della vocazione, nel Mezzogiorno, di volersi, comunque, ritagliare una posizione di rendita all’ombra dello Stato, anche se non mancano rappresentanti della buona borghesia urbana e mercantile

Il vescovo Castacca a questo punto mi sembra stanco. E, del resto, potrebbe equivocare sul termine di “mano morta”. Che non è, come qualcuno di voi sta già malignando, l’abbandonare mollemente la mano, nella ressa, a sfiorare la parte posteriore del “peplo” delle signore, quanto la pratica del Clero, nel basso medioevo, di pretendere lasciti immobiliari, parte del raccolto e perfino lavori gratuiti all’interno degli straricchi Monasteri, e di cui, vi racconterò. © RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTURO GUASTELLA

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto – tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.